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Se dite che i social network sono pieni di stupidaggini, state seguendo le persone sbagliate! I consigli di Barbara Sgarzi. 

«Ci sono almeno dodici buone ragioni per imparare a usare bene Twitter, soprattutto se vi occupate di comunicazione. E se siete giornalisti, i 140 caratteri sono una grande opportunità. Su Twitter scoprite storie, vi regalate pubblico, incrociate notizie e partecipate al dibattito. Anche nell’informazione del futuro ci sarà sempre bisogno di chi sa verificare le fonti. E siccome il futuro della comunicazione è già adesso, meglio cominciare subito». E’ l’incipit di Twitter, news e comunicazione edito da 40k Unofficial e firmato da Barbara Sgarzi, giornalista professionista, docente di giornalismo online e social media e co-fondatrice di Zazie.it, social network dedicato ai lettori. Nell’ebook, disponibile per iBooks e Kindle, Sgarzi abbatte con considerazioni e dati il muro di pregiudizi che tanti colleghi, almeno agli albori dei social media, hanno abitato. Una avversione nei riguardi dell’innovazione che sta finalmente svanendo e che non è più percepita come un fastidio da combattere, ma come un’opportunità. Secondo i dati della ricerca Digital Journalism Study, nel mondo il 55% dei giornalisti usa canali come Twitter o Facebook per trovare spunti per il loro lavoro presso fonti conosciute e il 43% verifica le informazioni di cui è già in possesso utilizzando gli stessi strumenti. Il 26% usa i social media per cercare notizie anche presso fonti non note e il 19% per verificare le informazioni che già ha anche presso fonti non conosciute. digital-journalism-2012_2 In Italia, ricorda Sgarzi, un primo studio sui giornalisti su Twitter lo ha svolto Vincenzo Cosenza, analizzando autorevolezza e numero di followers. Dall’indagine emergono due dati. Il primo è che il rapporto tra numero di account seguiti e follower cambia in base alla notorietà del giornalista. E’ il caso di Beppe Severgnini, seguito da quasi 515mila follower. Il secondo è che tra i giornalisti, c’è chi ne ha compreso i meccanismi di informazione e interlocuzione e chi invece lo usa solo come strumento di comunicazione broadcast, preferendo seguire pochissime persone, come Gad Lerner twitter_journalists_followers_0412_small_title Mass o personal media? Mark Briggs in Journalism 2.0, scrive che “non c’è mai stato un momento migliore per essere giornalisti. Non c’è mai stato un tempo che offrisse così tante possibilità di raccontare storie e di servire informazione ai lettori”. Per Sergio Maistrello, autore di Giornalismo e nuovi media, è “il giornalismo la via d’uscita dalla crisi del giornalismo”. Ma in che modo Twitter può fare del bene all’informazione? «Perché condividere il proprio articolo su Twitter significa esporlo a un numero molto grande di potenziali lettori che, in molti casi, non conoscevano prima il giornalista o non erano lettori della testata – risponde Barbara Sgarzi – Inoltre con 140 caratteri è impossibile essere prolissi, perdere tempo e spazio: è agile, più rapido, permette di allegare una solo foto o video per ogni tweet, e anche questa operazione “mangia” dei caratteri, per cui si fa solo se realmente necessaria. Perché le informazioni girano, su Twitter. Andy Carvin, fra gli altri, durante la primavera araba ci ha fatto vedere cosa si può fare con Twitter e Paul Lewis, responsabile Progetti Speciali del Guardian ha fatto lo stesso durante i riots di Londra, costruendo un reportage pluripremiato. Senza dimenticare che anche da noi, dopo la prima scossa di terremoto in Emilia all’alba, Twitter è stata l’unica fonte di informazione per parecchio tempo». L’utilizzo di Twitter da parte di chiunque, non significa certo che tutti possono diventare giornalisti. Al contrario: la sua diffusione pone sempre più la necessità di una presenza di chi, di mestiere, verifica le fonti. «In un mondo in cui tutti, potenzialmente, possono dare una notizia, una figura di filtro sarà ancora più necessaria per scremare le bufale dalle informazioni davvero importanti – aggiunge l’autrice dell’ebook – Se noi giornalisti per primi, a volte, siamo confusi davanti alla mole di news che ci bombarda da ogni lato e troviamo difficile capire se una fonte è affidabile o meno, pensate all’effetto su un lettore medio, abituato da sempre ad avere qualcuno che, insieme alle notizie, fornisca un ordine gerarchico e quella griglia di interpretazione della realtà che è l’impaginazione di un quotidiano. Non importa se queste competenze le chiameremo ancora giornalismo oppure content curation o qualcos’altro; la figura di un professionista che scremi e selezioni le informazioni per i lettori sarà sempre più necessaria. Sostenere il contrario sarebbe dire che siccome moltissimi, in Italia, sono in grado di cucinare gli spaghetti, ristoranti e chef sono inutili».

Luigi D'Alise

Giornalista professionista: scrivo, parlo, formo e informo per l'Ago Press. Slownauta apprendista: scatto, filmo, viaggio e assaggio per Slow Sud.

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One Comment

  1. Angelo Monch Monchieri on 10 aprile 2014

    fotografia amatoriale

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