di Giovanni Gugg | antropologo

Nella Penisola Sorrentina esistono feste che si capiscono solo se si accetta di camminare, di alzarsi prima dell’alba, di lasciare indietro il rumore. La festa di San Pietro a Crapolla, il 29 giugno, è una di queste. Non è una celebrazione che si “assiste”, ma che si vive, anzi che si attraversa. E forse è proprio per questo che, per molti, resta una delle più intense e autentiche feste popolari del territorio.
Crapolla è una piccola marina incastonata sul versante più ripido del comune di Massa Lubrense, affacciata sul golfo di Salerno. Un luogo marginale, poco abitato, raggiungibile solo scendendo – e poi risalendo – oltre settecento scalini, con un dislivello che costringe il corpo a misurarsi con il paesaggio. Già questo dice molto del senso della festa. Qui il pellegrinaggio non sale verso l’alto, ma scende: non cerca il dominio del panorama, ma l’immersione in uno spazio raccolto, marino, quasi fuori dal tempo.
Il 29 giugno, alle sei del mattino, i fedeli partono dal borgo collinare di Torca. Si cammina insieme, in silenzio o a bassa voce, lungo il sentiero antico. Alle sette, quando il sole comincia a lambire la costa e la pietra chiara, si celebra la messa all’aperto, davanti alla piccola cappella di San Pietro. Non ci sono bancarelle, non c’è amplificazione, non c’è spettacolo. Dopo il rito, come da tradizione, si condividono dolci fatti in casa e qualche bibita. Il resto lo fa il luogo.
La leggenda vuole che proprio a Crapolla l’apostolo Pietro sia sbarcato durante il viaggio verso Roma, prima di proseguire verso Pozzuoli. È una leggenda di passaggio, più che di fondazione, e infatti tutta la Penisola Sorrentina è disseminata di tracce analoghe: colli, croci, chiesette, toponimi che raccontano non una presenza stabile, ma un attraversamento. Crapolla, in questo senso, è uno dei punti più coerenti di questa geografia simbolica, perché è una soglia tra mare e terra, tra Oriente e Occidente, tra viaggio e sosta.
Il sito, prima ancora di essere cristiano, è stato luogo di ritiro. Qui si insediarono monaci basiliani in fuga durante l’iconoclastia; più tardi, intorno all’XI secolo, sorse un’abbazia benedettina legata a Montecassino, di cui restano tracce archeologiche significative. La preghiera mattutina dei monaci era orientata verso oriente, accompagnata dal suono del mare e dalla luce che entrava nell’abside. L’attuale cappella, molto più modesta, fu costruita nel 1949 grazie alle offerte degli emigrati: un gesto che lega la devozione locale alla storia dell’emigrazione e del ritorno.
Accanto al cammino a piedi, la festa di San Pietro a Crapolla conserva anche una dimensione marina tutt’altro che marginale. All’alba del 29 giugno, da Marina del Cantone e da altri approdi della costa partono ancora oggi imbarcazioni che raggiungono il fiordo, rinnovando una forma di pellegrinaggio via mare che affianca e completa quello terrestre. È una tradizione documentata almeno dalla metà del Novecento – come mostrano le immagini dell’Istituto Luce dei primi anni Cinquanta – e che continua, pur confrontandosi con le regolamentazioni dell’Area Marina Protetta. Queste ultime non hanno interrotto il rito, ma lo hanno inserito in un processo di mediazione costante tra devozione, tutela ambientale e pratiche locali, che viene ogni volta rinegoziato.
Questa doppia modalità di accesso, via terra e via mare, non è un dettaglio organizzativo, ma una chiave di lettura fondamentale della festa. Crapolla non si raggiunge in un solo modo, perché il suo significato sta proprio nell’attraversamento: nella discesa faticosa dei gradini, così come nell’avvicinamento lento dall’acqua. In entrambi i casi, il corpo è chiamato a misurarsi con il paesaggio, e il rito prende forma prima ancora della celebrazione.
Per questo, a Crapolla il sacro non è concentrato esclusivamente nell’oggetto di culto o nella figura del santo. È nel fiordo, nella luce dell’alba, nel rapporto ravvicinato tra roccia, mare e cammino umano. L’esperienza religiosa si costruisce attraverso il luogo stesso, che non fa da semplice sfondo ma agisce come parte integrante del rito. Come è stato osservato con ironia affettuosa, qui il culto sembra rivolgersi quasi più alla natura che al « Padre della Chiesa»; ma non si tratta di uno slittamento improprio. È, piuttosto, una forma tipicamente mediterranea di sacralità, in cui il paesaggio non viene spiritualizzato dall’esterno, ma riconosciuto come già carico di senso.
Le trasformazioni intervenute nel tempo – dall’installazione di nuovi segni religiosi alle inevitabili regolamentazioni contemporanee – non hanno cancellato questa esperienza. La festa di San Pietro a Crapolla continua a offrire qualcosa di raro: una celebrazione che non si consuma in un evento, ma si realizza nell’incontro temporaneo tra persone, luogo e gesto rituale. Non è una festa che chiede di essere “salvata”, né di essere musealizzata, perché è una pratica viva, che funziona perché resta ancorata a un punto preciso della costa, e perché chiede ancora, ogni anno, di essere raggiunta.

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