Duecento miliardi di euro che equivalgono a 12 punti di Pil. È la quantità di spesa pubblica che potrebbe essere oggetto di una concreta spending review. Una quantità di denaro che potrebbe essere ripartita fra interventi per il pareggio di bilancio (50 miliardi) e per un taglio «feroce» alla pressione fiscale (150 miliardi). La ricetta è proposta dal Centro studi di Unimpresa ed è volta ad arrestare il declino del nostro Paese e quindi a consentire all’economia di tornare a crescere. Il piano è stato già presentato alla presidenza del consiglio dei ministri nell’ambito dell’operazione di tagli affidata alle cure del commissario Enrico Bondi.
I suggerimenti di Unimpresa, nel dettaglio, prevedono:  10 miliardi di tagli ai costi della politica, 45 a quelli della Pubblica amministrazione, 60 miliardi a quelli del sistema pensionistico, 35 miliardi su contributi alla produzione ed agli investimenti, prestazioni sociali extraprevidenziali, aiuti, trasferimenti, investimenti, 12 miliardi di taglio al sistema sanitario e altri 16 ai costi del debito pubblico. Per finire 5 miliardi di tagli ai costi della difesa e delle forze armate e entrate per 15 miliardi all’anno da privatizzazioni.
D’altronde, sottolinea il rapporto di Unimpresa, «c’è un solo modo per vincere questa sfida: spendere meglio». «Misurare l’efficacia e l’efficienza della spesa pubblica è – aggiunge lo studio – un elemento imprescindibile per avviare l’auspicato processo di riforma del nostro paese». L’importante, conclude il Centro studi, è «intervenire sui meccanismi profondi di generazione della spesa, rivedere le priorità in ciascun settore, abbandonare attività ormai superflue, riconsiderare le modalità di definizione dei costi, l’organizzazione della produzione dei servizi resi, sfruttando le possibilità offerte dalle tecnologie».
Secondo il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, «l’Italia si avvia a divenire il primo paese del mondo sviluppato per le tasse e uno dei primi per la spesa e il debito pubblici. Dato che le tasse e il debito danneggiano la crescita, ma sono necessari a finanziare la spesa, occorre tagliare quest’ultima: meno spesa significa meno deficit, poi meno tasse, infine più sviluppo. Bisogna diboscare la spesa corrente, non va toccata la spesa per investimenti. Tagli drastici, dunque, che ridisegnino la spesa pubblica, riducano la pressione fiscale, mettano in ordine i conti del Bilancio dello stato e rilancino la crescita » .
Insomma, coi tagli alla spesa pubblica bisogna fare attenzione:  «C’è debito pubblico marcio e debito pubblico sano» conclude Longobardi.

a cura del Servizio Stampa Ago Press

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