Dare priorità alla crescita. Ricostruire la fiducia. Sono due i messaggi lanciati dal presidente nazionale di Unimpresa, Paolo Longobardi, in una lettera inviata a istituzioni, partiti e movimenti politici ed organizzazioni sindacali. Il documento è accompagnato da un “Manifesto per la crescita”, che “raccoglie – spiega Longobardi – inviti e proposte per ricominciare a sperare”.
Di seguito il testo della lettera e del Manifesto
L’Italia sta vivendo il suo periodo più buio in termini di minore competitività e di mancata crescita. Crisi sociale ed economica insieme. Disagio giovanile e migliaia di posti di lavoro a rischio.
Un Governo tecnico. Una politica tutto sommato incapace e assente.
Viviamo una stagione straordinaria e di grandi incertezze. In politica di fatto è finito un ciclo.
Si respira un clima di attesa, di sperimentazione, di speranze, di inquietudini. Un calderone o se vogliamo una pentola in ebollizione. Si stanno sgretolando alcuni equilibri, stanno emergendo nuove forze.
Nelle condizioni date ogni proposta di riforma va vista con estrema cautela sia per la scarsità di risorse sia anche perché grandi riforme e transizioni possono essere fonte di ulteriori preoccupazioni e insicurezze per gli imprenditori, i lavoratori, i pensionati, le famiglie, i giovani.
L’emergenza, sempre più incessante, di riequilibrio dei conti pubblici che il Governo si è detto pronto ad affrontare e i rilevanti interventi correttivi oggi sotto esame, sono parte importante delle risposte alle richieste dei mercati finanziari e delle Autorità europee.
Da più parti si segnala che il problema della bassa crescita è legato a ragioni strutturali, da tempo messe in luce da economisti e imprenditori, quali la mancata liberalizzazione di molti mercati di prodotti e servizi, incluse le professioni; la carenza di investimenti in ricerca e in istruzione; un mercato del lavoro bloccato, che tiene fuori molti, spesso i più istruiti; una tassazione squilibrata che grava quasi solo sui fattori produttivi e su chi paga davvero le tasse, barriere alla crescita, più che alla nascita, delle imprese.
È proprio la bassa crescita che rende l’Italia vulnerabile alla crisi del debito pubblico.
Costretto dagli eventi a ritirarsi sulla “Linea del Piave” per fronteggiare l’assalto degli speculatori, il governo Monti ha dovuto abbozzare una Manovra “lacrime e sangue”. E inevitabilmente, gli sviluppi della crisi imporranno a breve termine di adottare altre misure impopolari.
Tante imprese e famiglie arrancano e sperimentano nuove forme di difficoltà sociale ed economica, oppresse da uno Stato inefficiente e da continue misure anti-crisi.
Le proposte del Governo sono dure, austere, a senso unico e denotano, in assenza di altri interventi strutturali, un assoluto disinteresse degli effetti che i provvedimenti produrranno sull’economia reale e sul destino delle famiglie. La spesa corrente continua ad aumentare, quella per investimenti si è più che dimezzata e, mancando un orizzonte strategico, si fa cassa con le maggiori entrate determinate da nuove tasse e vecchi balzelli.
La manovra grava su pensionati, famiglie e lavoratori. Che siano questi i nuovi poveri? E che ad essi si accompagnino le piccole imprese che non hanno più committenti e quelle pmi che sono anche strette nella morsa di una liquidità scarsa, causata dal maggiore rigore adottato dalle banche nell’erogazione del credito e dal mostruoso ritardo nei pagamenti accumulato dalle grandi controparti commerciali e da enti locali e società pubbliche?
In Italia tassiamo prevalentemente i fattori produttivi, capitale e lavoro, e poco tutto il resto, dai grandi patrimoni alle attività finanziarie. A ciò si aggiungono livelli elevati di evasione. Peccato, che i tartassati dalla nuova manovra siano precisamente coloro da cui ci aspettiamo la crescita del futuro.
Che la manovra abbia effetti recessivi lo sostiene anche la Banca d’Italia. Dunque, come si può sperare che la seconda fase del Governo Monti sia la crescita se la prima manovra è ampiamente recessiva. Avremmo sperato qualche misura in più, qualche soluzione più coraggiosa. Le modifiche accolte nel testo approvato alla Camera, per la conversione in legge del decreto, hanno introdotto lievi miglioramenti sul piano dell’equità, ma hanno peggiorato la parte che avrebbe potuto stimolare la competitività e la crescita. Sul capitolo delle liberalizzazioni, in particolare, si sono registrate resistenze pazzesche: nella versione originaria si trattava, è pur vero, di misure modeste, ma rappresentavano pur sempre un segnale di discontinuità. Non si possono chiedere sacrifici rilevanti ai pensionati e strizzare l’occhio alle corporazioni.
Bisognava poi dare una speranza al Mezzogiorno ed invece la manovra ha ignorato del tutto le condizioni di arretratezza economica e sociale di quei territori. I rapporti Svimez sono preoccupanti: il Sud si svuoterà, molte PMI chiuderanno, altri giovani laureati emigreranno, si traccerà un solco ancora più profondo tra il Sud e il Nord, tra classi ricche e popolazione disagiate.
La solidità dei conti pubblici va accompagnata e rafforzata con misure per la crescita dell’economia in Italia e nell’ Eurozona. Non vi può essere giustizia sociale senza provvedimenti per lo sviluppo capaci di riequilibrare i sacrifici imposti dalla manovra. Occorre varare misure che sappiano aprire ad uno sviluppo equo e responsabile.
Se la diagnosi sui problemi di crescita dell’economia italiana è ampiamente condivisa, anche sulla terapia si registra un consenso ampio. Le agende del fare, le liste di priorità, le manovre delle parti politiche abbondano e, a parte qualche differenza di enfasi, hanno tutte alla base gli stessi elementi.
Sono anni che esigiamo misure per la crescita. Sono anni che invochiamo meccanismi per sbloccare gli investimenti pubblici e privati. Sono anni che chiediamo di modernizzare la pubblica amministrazione per lasciare più spazio all’iniziativa imprenditoriale e al mercato e di ridurre i confini dello Stato. Sono anni che pretendiamo misure vere di liberalizzazione per eliminare posizioni di rendita e restituire efficienza ai servizi, che invochiamo una seria lotta all’evasione e all’illegalità.
Ora siamo a un bivio: trasformare le criticità in opportunità oppure assistere al tracollo del Paese.
Bisogna recuperare competitività e creare un ambiente più favorevole all’attività d’impresa, all’offerta di lavoro, alla formazione di capitale umano e fisico. Poco importa se gli effetti di questi interventi saranno graduali nel tempo. La loro immediata definizione nell’ambito di un disegno organico, chiaro e credibile potrà generare miglioramenti nella fiducia sulle prospettive della nostra economia, con risultati positivi per gli investimenti e lo stesso onere del debito pubblico.
Per fare tutto questo, è opportuno che il governo ascolti non solo l’Europa ma anche il Paese reale, che non ceda alla “cupidigia del servilismo”, ai ricatti di lobbies e corporazioni né ai personalismi, ma che sappia disegnare una strategia organica per assicurare la sostenibilità del debito, rilanciare in tempi brevi la crescita e favorire la creazione di nuova occupazione.
Il rischio di avvitamento della crisi del debito sovrano richiede risposte vere, vigorose e lungimiranti. Fino ad oggi il Paese reale ha dimostrato di saper reggere la sfida.
Nella competizione globale il tempo di risposta ai cambiamenti ed alla complessità degli scenari internazionali è un fattore discriminante. Nel 2011 abbiamo assistito ad un susseguirsi di manovre a fronte di un’assenza totale di strategie, di provvedimenti seri (se non una tantum) sul piano sistematico. Manca un disegno riformatore che sappia esercitare un fascino sui cittadini, sugli imprenditori, ormai disillusi dal mondo della politica.
L’auspicio è che i nuovi passi del Governo Monti siano protesi a rinsaldare il rapporto fiduciario con gli italiani.
Sia ben chiaro, un esito positivo delle drammatiche vicende di queste ore potrà conseguirsi solo con una grande assunzione di responsabilità e un segnale di forte discontinuità anche da parte della classe politica. Abbiamo un bisogno impellente della partecipazione di tutti gli attori economici e sociali.
Noi continueremo a dare il nostro contributo costruttivo unendo come sempre alle critiche le proposte alternative.Paolo Longobardi, presidente nazionale di Unimpresa
MANIFESTO DI UNIMPRESA PER LA CRESCITA
L’Italia deve tornare a crescere in tutti i suoi fattori fondamentali: PIL, produttività, occupazione, redditi di imprese, famiglie e lavoratori, coesione sociale, coscienza di essere una grande nazione innervata nei territori.
• Per ricominciare a crescere è però necessario un nuovo “Progetto Paese” i cui assi portanti siano lo sviluppo, la concorrenza, la competitività, la libertà d’impresa, l’equità sociale, la legalità.
• Per ricominciare a crescere ripartiamo dalle piccole e medie imprese e dall’impresa diffusa che garantiscono la tenuta del nostro Paese, poiché anche durante la crisi economica hanno messo a disposizione del sistema efficienza, competenza, orientamento all’innovazione e alla coesione sociale, necessari per dare stabilità e continuità alla ripresa.
• Per ricominciare a crescere riformiamo il welfare con un nuovo patto generazionale.
• Per ricominciare a crescere liberalizziamo i settori dei servizi pubblici, dell’energia, delle reti infrastrutturali, svincolandoli da una pletora di società di scopo che occupano i mercati locali.
• Per ricominciare a crescere introduciamo serie misure di spending rewiev sulla spesa pubblica.
• Per ricominciare a crescere rinnoviamo il protagonismo degli attori delle relazioni sindacali.
• Per ricominciare a crescere introduciamo criteri di efficienza, di merito e di competizione in tutti i gangli dell’economia dove lo Stato interviene con la propria presenza.
• Per ricominciare a crescere razionalizziamo quella giungla di incentivi “a pioggia” alle imprese che alterano il mercato.
• Per ricominciare a crescere stipuliamo un concordato fiscale con la Svizzera per tassare i capitali espatriati, al pari di quanto già fatto da Francia e Germania.
• Per ricominciare a crescere riduciamo al minimo i particolarismi, i conflitti di interesse, il disprezzo delle regole.
• Per ricominciare a crescere intraprendiamo una seria lotta alla criminalità organizzata e al sommerso per recuperare coesione sociale, energie e sviluppo.
• Per ricominciare a crescere rilanciamo le aree più deboli del Paese, facendo leva anche su poli di eccellenza già esistenti e incentivando le iniziative più innovative e capaci di produrre effetti propulsivi e duraturi sui sistemi locali.
Si tratta, nella maggioranza dei casi, di riforme strutturali a costo zero per le casse dello Stato e che ci permetteranno di tornare a crescere nei prossimi dieci anni. Ma questo nuovo modello di sviluppo consentirà di legare il benessere al lavoro, alla sana competizione, al dialogo istituzionale.
a cura del Servizio Ufficio Stampa Ago Press