di Giovanni Gugg | antropologo
Nel calendario rituale dell’Italia centro-meridionale, l’Infiorata del Corpus Domini occupa una posizione particolare: non annuncia un cambiamento né inaugura una nuova fase del tempo rituale, ma lavora, piuttosto, su una sospensione breve e intensissima, in cui lo spazio quotidiano viene sottratto alla sua funzione ordinaria e trasformato in superficie fragile, offerta a un gesto che la consumerà.
In località molto diverse tra loro – da Genzano di Roma ai centri campani, fino a piccoli paesi dove l’Infiorata è meno codificata ma ugualmente sentita – le strade vengono trasformate in tappeti effimeri di petali, semi, foglie, terre colorate. Il disegno prende forma lentamente, spesso durante la notte, attraverso un lavoro collettivo minuzioso e silenzioso, fatto di gesti ripetuti, di aggiustamenti continui, di attenzione estrema al dettaglio. Tutto questo avviene sapendo che il risultato è destinato a durare pochissimo.
La materia stessa dell’Infiorata lo dice chiaramente: i fiori non sono scelti per resistere, ma per mostrarsi nel momento del massimo splendore, quando sono già sul punto di appassire. Il colore è intenso, ma fragile; l’ordine è preciso, ma precario. È un’estetica che non nasconde la propria fine imminente, anzi la incorpora come parte essenziale del rito.
Il centro simbolico della festa è il passaggio del Corpo di Cristo durante la processione del Corpus Domini. Non si tratta semplicemente di “ornare” il percorso, ma di preparare uno spazio che si lascia attraversare. Il sacro, qui, non viene messo su un piedistallo né separato dal suolo, ma passa sopra qualcosa che è stato offerto, costruito, curato, e che accetta di essere calpestato.
È in questo gesto che l’Infiorata rivela la sua logica profonda: il tappeto di fiori non è fatto per essere guardato a distanza, come un quadro, ma per essere distrutto nel modo giusto, al momento giusto. La processione non rovina l’Infiorata, bensì la compie, perché senza quel passaggio, i fiori resterebbero solo una composizione estetica, invece, con il passaggio diventano rito.
Come ha mostrato bene Domenica Borriello nei suoi studi sul rapporto tra devozione, spazio e temporalità rituale, l’Infiorata lavora su una trasformazione del paesaggio che è insieme materiale e simbolica. In altre parole, la strada quotidiana, quella che si percorre tutto l’anno per andare al lavoro o a fare la spesa, viene sospesa dalla sua funzione ordinaria e caricata di un’altra densità. Cioè, non cambia luogo, ma cambia statuto.
Per qualche ora, il paese smette di essere solo un insieme di vie e diventa un corpo collettivo disposto all’attraversamento. Le persone che hanno lavorato tutta la notte ai disegni si fanno da parte; chi osserva sa che non deve toccare, ma poi, all’improvviso, ciò che era intoccabile viene attraversato senza esitazioni. È un rovesciamento controllato, previsto e condiviso.
In questo senso, l’Infiorata è una festa che educa allo sguardo e al tempo, perché insegna che non tutto ciò che è bello deve essere conservato, che non tutto ciò che viene distrutto è perduto. Anzi, la bellezza non è accumulo, ma esposizione e il valore non sta nella durata, ma nella correttezza del gesto.
Non è un caso che, finita la processione, restino a terra petali schiacciati, colori mescolati, disegni irriconoscibili, senza che nessuno li ricomponga e nessuno li rimpianga. Il rito è andato a buon fine proprio perché non lascia tracce stabili, e allora la strada torna strada e il paese torna paese.
In un tempo in cui molte feste rischiano di trasformarsi in eventi da proteggere, recintare, immortalare, l’Infiorata continua a proporre una grammatica diversa, perché dice che il sacro non chiede di essere fissato, ma di passare. E che, per accoglierlo, bisogna essere disposti a lasciare andare ciò che si è appena costruito.
(nella foto, di Fabio Barbalini, l’Infiorata a Genzano di Roma)