di Giovanni Gugg | antropologo
La notte dei morti, in alcuni paesi del Sud Italia, bisognava lasciare qualcosa per chi sarebbe tornato. A Zaccanopoli, in Calabria, l’ultimo giorno di ottobre si riempivano d’acqua le bottiglie fino all’orlo, perché durante la notte i defunti potessero bagnarvi le dita. In Lucania si preparava invece del cibo sul davanzale della finestra, aspettando il passaggio della processione dei morti a mezzanotte. Non erano soltanto modi per ricordare chi non c’era più: almeno nella rappresentazione tradizionale, per alcune ore i morti erano nuovamente presenti e occorreva comportarsi di conseguenza.
Luigi Maria Lombardi Satriani e Mariano Meligrana raccolsero molte testimonianze di queste pratiche nel loro celebre libro Il ponte di San Giacomo, pubblicato nel 1982, uno dei più importanti studi antropologici italiani sul rapporto fra vivi e morti. Il ritorno dei defunti vi appare regolato con grande precisione. Non possono presentarsi in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo: esistono giorni nei quali la loro presenza è prevista e, proprio perché prevista, diventa meno inquietante. I primi giorni di novembre consentivano ciò che durante il resto dell’anno avrebbe provocato paura: aprire temporaneamente la casa, e in qualche modo anche la vita familiare, a chi ne era uscito con la morte.
Acqua e cibo servivano ad accoglierli, mentre altrove erano i vivi a ricevere qualcosa in loro nome. A Mileto, il 2 novembre, i bambini poveri andavano dagli adulti chiedendo: «Mi date i morti?». L’offerta ricevuta era destinata ai piccoli, ma il rifiuto sarebbe stato rivolto simbolicamente al defunto. Ancora più singolare era quanto avveniva a Nicotera, dove i bambini giravano per le case con una zucca svuotata, lavorata in forma di teschio e illuminata dall’interno con una candela. Domandavano «’ndi dati i beneditti morti?» e ricevevano soprattutto cibo, qualche volta denaro.
È difficile leggere oggi questa descrizione senza pensare ad Halloween. Una zucca intagliata e illuminata, bambini che bussano alle porte, una richiesta alla quale si risponde offrendo qualcosa: gli elementi sembrano quelli della festa che negli ultimi decenni abbiamo imparato a considerare americana. Sarebbe però altrettanto sbagliato concludere che Halloween sia in realtà una festa calabrese. Le somiglianze mostrano qualcosa di più interessante: in diverse parti d’Europa sono esistite pratiche nelle quali il ritorno stagionale dei morti coinvolgeva bambini, questue, cibo, maschere e luci.
I bambini occupano una posizione particolare in questi rituali. Lombardi Satriani e Meligrana osservavano che morti e bambini vengono messi in relazione perché gli uni sono appena usciti dalla vita e gli altri vi sono appena entrati. Per questo i piccoli potevano diventare, per qualche ora, i rappresentanti dei defunti, bussare alle porte in loro nome e ricevere ciò che veniva offerto ai morti.
Molte di queste usanze sono scomparse o erano già rare quando gli antropologi le documentarono. Il 2 novembre continua naturalmente a essere una giornata importante nel Sud, ma la relazione con i defunti si manifesta oggi soprattutto attraverso la visita al cimitero, i fiori, i lumini e le preghiere. Sono diventati meno comuni i gesti domestici che immaginavano i morti nuovamente per strada, davanti alle finestre o dentro casa.
Quando dunque vediamo una zucca illuminata la sera di Halloween, possiamo certamente riconoscere la forma contemporanea e globalizzata di una festa arrivata dagli Stati Uniti. Ma quella zucca può anche ricordarci quella che, molti decenni fa, un bambino di Nicotera portava di porta in porta chiedendo in dialetto qualcosa che oggi suona quasi misterioso: «Ci date i benedetti morti?».