di Giovanni Gugg | antropologo
Nel calendario rituale della Campania, la Madonna delle Galline occupa un posto singolare. Si celebra a Pagani la domenica dopo Pasqua, nel tempo dell’Ottava, quando la liturgia ufficiale prolunga la resurrezione e il calendario popolare la traduce in eccesso, suono, cibo, corpo.
Secondo il mito di fondazione, ai primi del Cinquecento alcune galline, razzolando in un’aia, avrebbero portato alla luce un’immagine della Vergine, probabilmente nascosta secoli prima per sottrarla a una distruzione iconoclasta. Da allora Maria viene venerata come protettrice della città e dell’agro paganese, e il suo culto si è strutturato in una delle feste popolari più dense e stratificate del Mezzogiorno.
Il cuore della celebrazione non è solo la processione della statua – che la domenica compie un lunghissimo giro dell’abitato – ma ciò che avviene nei cortili storici, dove vengono allestiti i toselli: altari domestici, spesso effimeri, costruiti da famiglie e rioni. Attorno a questi spazi ruota una socialità intensa fatta di cibo rituale (tagliolini, carciofi arrostiti), musica di tammorra, danze prolungate, visite reciproche. Il sacro non è separato dal conviviale, né la devozione dall’eccesso. Anzi, è proprio questa compresenza a dare forma alla festa.
In particolare, la tammorriata è una presenza costante e riconoscibile della festa, perché si suona, si canta e si balla per ore, spesso in modo spontaneo, nei cortili e negli spazi aperti attorno ai toselli. La tammorra è parte costitutiva della festa: il canto è responsoriale, il ritmo insistito, il ballo ravvicinato e circolare. Non c’è palco, non c’è spettacolo separato dal pubblico, ma chi suona, chi canta e chi danza appartengono allo stesso spazio rituale, e possono scambiarsi di ruolo. In questo contesto la tammorriata non è intrattenimento, ma una forma di linguaggio condiviso, nel senso che serve a tenere insieme i corpi, a prolungare l’incontro, a dare durata all’eccesso. È anche per questo che, agli occhi di alcuni osservatori esterni, la festa appare “troppo rumorosa” o “fuori controllo”, perché il suono non è regolato, non è addomesticato, e non conosce una distinzione netta tra sacro e profano. Ma è proprio questa continuità sonora e corporea a fare della Madonna delle Galline una festa pienamente vissuta, e non semplicemente rappresentata.
Ricordo bene la festa del 2008. Ero a Pagani quel giorno, quando accadde qualcosa che sarebbe diventato argomento di discussione per l’intera città. Durante la processione serale, in una strada del centro, la statua lignea della Madonna urtò un cavo elettrico sospeso tra i palazzi. L’impatto fece cedere alcuni elementi di fissaggio e il busto si inclinò bruscamente, dando l’impressione – per chi era lì – di una vera e propria decapitazione. La statua fu subito messa in sicurezza e non riportò danni gravi, ma l’effetto simbolico dell’accaduto fu immediato.
Nel giro di poco tempo, la chiesa si riempì di fedeli. Non per curiosità, ma per verifica. La domanda non era soltanto “si è rotta?”, ma “che cosa significa?”. In una festa come questa, l’incidente non resta mai un fatto qualsiasi, ma entra automaticamente nel campo dell’interpretazione.
Alcuni parlarono apertamente di presagio, di segnale inviato alla comunità. Altri, soprattutto dalle gerarchie ecclesiastiche, invitarono alla prudenza, leggendo l’episodio come occasione di riflessione e, non di rado, come pretesto per criticare ciò che veniva definito “folklore eccessivo”: la musica, la danza, la componente corporea della festa.
Qui si apre una questione che va ben oltre il singolo episodio. Come ricordava Alfonso Maria Di Nola, la divinazione non è una superstizione marginale, ma una tecnica culturale di lettura dell’incertezza. Gli eventi inattesi diventano segni perché una comunità li tratta come tali, non per conoscere il futuro, ma per orientarsi nel presente.
In questo senso, l’incidente del 2008 non dice tanto qualcosa sulla volontà della Madonna, quanto sul funzionamento profondo della festa. La Madonna delle Galline è un rituale che tiene insieme sacro, corpo e collettività. Quando qualcosa si incrina, non viene semplicemente archiviato come guasto tecnico, ma assorbito in una discussione pubblica sul senso della festa stessa.
È davvero l’eccesso a “svuotare” il rito? Oppure è proprio quell’eccesso – musicale, alimentare, corporeo – a permettere alla comunità di riconoscersi come tale, anno dopo anno? La statua inclinata, più che un messaggio dall’alto, ha reso visibile una tensione che attraversa molte feste popolari contemporanee: quella tra normalizzazione e persistenza di linguaggi rituali non addomesticati.
(Foto associazione culturale “Ambress Ampress”)