Omicidio in diretta Facebook: se i social sono il nuovo Colosseo 

(foto Ryse: Son of Rome)

Assenza di filtri e controlli caratterizzano le varie piattaforme. Le soluzioni al problema (forse) sacrificate all’altare del mercato.

A tre giorni dall’accaduto, continua a tenere banco lo show in diretta Facebook dell’assurdo assassinio di Robert Godwin, un 74enne di Cleveland ad opera di Steve Stephens, 37 anni, assetato di vendetta (pare per riscattarsi da un fallimento sentimentale) e trovato morto suicida alcune ore fa.
L’omicida ha utilizzato il servizio Facebook Live per riprendere l’intera scena, da quando ferma la sua auto al momento in cui  punta la pistola contro il viso dell’innocente pensionato e fa fuoco,
Nel commentare l’accaduto, Fox News, il canale televisivo statunitense di all news, ha sottolineato come i social media siano diventati un moderno Colosseo, riferendosi al fatto che il filmato dell’omicidio sia rimasto tre ore online prima di essere rimosso dai responsabili della piattaforma.
Quello avvenuto nel giorno di Pasqua è il primo omicidio in diretta Facebook. Precedenti efferati, diffusi a mezzo social, si registrano ad inizio 2016 con le torture ad un ragazzo disabile a Chicago. La stessa città diventa teatro a marzo dello stupro di una 15enne, ripreso dal branco e, nel luglio dello stesso anno, l’uccisione da parte della polizia ad un afroamericano a Minneapolis, immortalato dalla moglie della vittima.
E i filtri? Facebook live era stato annunciato come supporto per comunicare nel modo più personale, emotivo, crudo e viscerale, scrive Emily Dreyfuss su Wired. Mark Zuckerberg c’è riuscito, nel modo più credo e viscerale che potesse immaginare.
Ora si invocano controlli che, forse, non sono possibili.
L’algoritmo, spiega infatti Marta Serafini su Corriere.it, può riconoscere i pixel della pelle nuda, così come i passamontagna dei miliziani islamisti o le tute arancioni dei prigionieri, ma non uno stupro o un omicidio che avviene sulle nostre bacheche digitali.
Mark Zuckerberg ha capito ora, annota Beppe Severgnini, che l’anarchia dei contenuti è uno tsunami che rischia di travolgere anche la sua creatura.
Fino a 10 anni fa sarebbe stato impossibile distribuire il filmato: le reti erano solo televisive e qualsiasi televisione l’avrebbe impedito. Oggi smartphone e social consentono a chiunque la realizzazione, la distribuzione, la promozione e il commento di ogni cosa.
Senza contare il voyeurismo che queste piattaforme scatenano anche nei confronti di video shock che andrebbero segnalati immediatamente.

(fonte Corriere della Sera)

La soluzione? Sarebbero necessari controllori in carne ed ossa, che dovrebbero però passare al setaccio 3,3 milioni di contenuti postati ogni minuto solo su Facebook.
Missione impossibile? Non per Frank Pasquale, docente di Legge all’Università del Maryland che, intervistato dal Corsera, avanza un sospetto: “Facebook si rifiuta per principio di assumere un numero adeguato di moderatori, ben pagati, di contenuti. Sognano di automatizzare tutto oppure di esternalizzarlo a precari sottopagati dei Paesi a basso reddito”.
La decenza, insomma, sacrificata ancora una volta sull’altare del mercato.

Luigi D'Alise

Giornalista professionista: scrivo, parlo, formo e informo per l’Ago Press. Slownauta apprendista: scatto, filmo, viaggio e assaggio per Slow Sud.

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