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Un opuscolo del Garante della privacy spiega perché nessuno è immune alle insidie dei cybercriminali

Facebook, Twitter, e gli altri social media, sono spazi di condivisione che permettono di coltivare amicizie, affetti, e la propria rete professionale. Sono luoghi virtuali, ma siccome attraverso di essi interagiamo con persone che conosciamo nella vita “reale”, spesso li avvertiamo come piccole comunità e addirittura come diari personali. Così, a poco a poco, ci concediamo qualche libertà in più: uno sfogo per il lavoro che va male, la delusione per una storia d’amore che si è interrotta, la rabbia per qualche scortesia del vicino di casa, critiche verso questo o quel partito politico.
Allo stesso modo rendiamo partecipi i nostri “amici” dei momenti di gioia della nostra vita. E allora pubblichiamo le foto di una vacanza romantica, i primi passi del nostro bambino, il suo primo giorno di scuola, la festa di compleanno dei nostri genitori, il cane che scorrazza in giardino, la lettera con cui ci viene comunicata una promozione.
Non ce ne accorgiamo, ma a poco a poco forniamo a potenziali malintenzionati dettagli su dove abitiamo, sul nostro lavoro, sul nostro tenore di vita, sui nostri orari, sui nostri spostamenti abituali, sulle scuole che frequentano i nostri bambini. Inoltre forniamo informazioni sui nostri acquisti, sui nostri clienti, e sugli eventi a cui intendiamo partecipare.
E a quella vocina nella testa che ci sconsiglia di pubblicare dati così personali, rispondiamo con un tranquillizzante “Che male c’è?”.
Già, che male c’é? Nessuno, se queste informazioni restassero veramente a disposizione solo dei nostri familiari e degli amici più stretti. Ma purtroppo, spesso, così non è. E i tanti episodi di cronaca relativi a cyberbullismo, a furti, e a molestie attraverso la Rete stanno lì a dimostrarcelo. Dal vip a cui viene svaligiata casa, o che è oggetto di stalking, al giovane e all’adulto ricattati per aver condiviso proprie foto intime (sexting).
Gli effetti collaterali, quindi, ci sono e possono manifestarsi anche a distanza di anni. A ricordarceli ci ha pensato l’Autorità garante della privacy, che in occasione del Forum Pa ha distribuito un agile vademecum dal titolo “Social Privacy. Come tutelarsi nell’era dei social network”.
Il Garante ci ricorda quanto possa rivelarsi sconveniente, e addirittura pericoloso, condividere informazioni confidenziali relative ad orientamenti politici, scelte sessuali, fede religiosa o condizioni di salute.
Sono precauzioni che si rivolgono non solo ai giovanissimi, i quali per tanti motivi sono i più esposti ai pericoli della Rete, ma anche ai genitori, ai professionisti e agli adulti in genere.
Il Garante lancia un messaggio chiarissimo: anche se crediamo di conoscere alla perfezione le impostazioni offerte dalle piattaforme social per tutelare la nostra privacy, e anche se ci sentiamo in grado di gestire responsabilmente la nostra presenza sui social media, non dobbiamo mai abbassare la guardia e credere di essere immuni alle trappole dei cybercriminali.
Non vi è più, del resto, distinzione tra vita reale e vita online, perché “quello che scriviamo e le immagini che pubblichiamo sui social network hanno quasi sempre un riflesso diretto sulla vita di tutti i giorni, e nei rapporti con amici, familiari, compagni di classe, e colleghi di lavoro”.
Concludono l’opuscolo, di cui consigliamo la lettura, e che potete scaricare qui, un utile glossario e cinque questionari personalizzati rivolti ad adolescenti, genitori, professionisti, persone in cerca di lavoro ed utenti esperti.
Provate a rispondere alle domande: siete proprio sicuri di conoscere tutto quello che riguarda la sicurezza e la privacy sui social media?

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