Nella guerra dei click le vittime sono i lettori, che non possono più distinguere il vero dal falso
Fino a qualche tempo fa – mesi, non anni – per verificare la veridicità di una notizia online, che appariva particolarmente strampalata, era sufficiente guardare la data del calendario: se non era il primo aprile, ci si poteva fidare di quanto scritto nell’articolo.
Ora è il primo aprile tutto l’anno. In Rete si sono moltiplicati siti web che diffondono notizie false, con il semplice scopo di generare più visite, quindi più impression e click sui banner pubblicitari, e di conseguenza maggiori introiti.
Inoltre, mentre una volta le notizie bufala erano costruite sempre con chiari indizi che ne svelavano l’intento ludico (come, ad esempio quella della morte di Max Pezzali, investito da una centaura 93enne, che andava a 500 chilometri orari sul raccordo anulare), oggi sempre più spesso gli autori delle finte news producono articoli, scritti anche con buona tecnica giornalistica, che hanno contenuti plausibili perché collegati a fatti di attualità.
In Italia, qualche giorno fa, la superbufala del comunicato stampa del Governo, che annunciava la reintroduzione della leva obbligatoria, retroattiva anche per quanti negli ultimi dieci anni hanno ottenuto il congedo, ha tratto tantissimi in inganno. Il riferimento, poi, ai recenti avvenimenti in Medio Oriente e all’ipotesi di impiego delle nuove reclute in zone di guerra, ha rischiato di creare panico immotivato.
Quella delle finte notizie sul web non è un fenomeno solo italiano, né nasce nel nostro Paese.
A livello mondiale, un recente caso eclatante è quello della presunta messa in produzione della sesta stagione della pluripremiata serie televisiva Breaking Bad.
La notizia, poi smentita, è apparsa due giorni fa sul sito satirico National Report. Il titolo “Vince Gilligan Announces Breaking Bad Season 6” ha infiammato i fan di tutto il mondo, felici di apprendere, leggendo l’articolo, che l’inizio delle riprese è previsto a gennaio 2015. A rendere ancora più credibile la news è l’ampia finta intervista al produttore Gilligan. Non bastasse, fanno da corredo all’articolo un video e una foto del copione del primo episodio della nuova stagione di Breaking Bad, entrambi rigorosamente fasulli.
Questa notizia aveva tutti i requisiti per essere considerata plausibile:
– Il finale della serie Tv, sebbene facesse intuire la morte del protagonista, non ne mostrava l’ultimo respiro o il funerale.
– L’attore Brian Cranston aveva affermato in una intervista (vera, questa), che “mai dire mai”.
– I milioni di appassionati invocano da mesi un sequel di Breaking Bad: cosa che, se si avverasse, sarebbe per i produttori un ottimo investimento.
E infatti in tantissimi hanno creduto alla news, come dimostrano anche i dati sulla sua diffusione sui social media. Il counter Facebook vicino all’articolo segnala quota 470mila condivisioni e 306mila “mi piace”, mentre i tweet sono stati finora quasi 3mila.

Ad appurare che la notizia sia falsa (ma ancora online), è stato Mashable, che ha interpellato via mail il responsabile del sito National Report, Allen Montgomery.
Il consueto meccanismo di diffusione virale di una notizia falsa, e successiva sua smentita, produce sempre una doppia ondata di visibilità, e click, per i siti che pubblicano articoli fake.
Chi ci perde è sempre e soltanto il lettore, il quale viene costantemente ingannato, e spesso non viene poi a conoscenza dell’informazione riveduta e corretta.
Facebook sta provando ad arginare il fenomeno, sperimentando l’introduzione del tag “Satira” da apporre vicino ai titoli delle finte news condivise sul suo social media. E’ presumibile che anche altre piattaforme stiano studiando simili accorgimenti, e che Google possa prevedere delle penalizzazioni nella SERP per questo tipo di contenuti.
La questione è destinata ad essere sempre più dibattuta. Cosa si può fare per difendere i lettori e fare in modo che la rincorsa al click non faccia alzare sempre più il tiro ai siti web che propinano notizie false?