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Dal pluralismo delle fonti all’oligarchia dei poteri. I rischi per la democrazia

Se democrazia è partecipare, cosa vuol dire essere informati?
L’informazione dovrebbe mettere chiunque nelle condizioni migliori per ragionare, decidere con la propria testa e comprendere quello che succede nella comunità.
Sulla spinta delle dei cambiamenti introdotti dal web, ormai da oltre 15 anni a questa parte (ma ci ostiniamo tutti a chiamarli new media), si assiste ad una pluralità di fonti che consente al lettore di potere scegliere fra tante opportunità.
Gli esperti prevedono una varietà dell’informazione che lentamente andrà ad eliminare il rischio di parzialità, e che potrà favorire un diverso rapporto tra politica, economia e mass media.
Eccesso di ottimismo?

I modelli dell’informazione
Per decenni gli studiosi di diverse discipline hanno proposto schemi interpretativi rispetto a dove penda l’ago della bilancia, se a favore dell’indipendenza dei media o a favore dell’influenza del potere politico.
Per inquadrare i diversi studi è utile attingere alla classificazione proposta da Gianpietro Mazzoleni, docente di Comunicazione Politica presso l’Università di Milano, che individua cinque modelli.
Un “modello avversario”, dove  i mezzi di comunicazione di massa assumono l’atteggiamento di cane da guardia della vita democratica, denunciando eventuali pressioni e portando all’attenzione dei cittadini temi che altrimenti rimarrebbero dominio solo di pochi.
Un “modello del collateralismo”, che propone una relazione tra sistema dei media e sistema politico basato sulla sudditanza degli interessi dei media a quelli del potere.
Un “modello normale”, che si fonda sulla constatazione che i politici hanno bisogno dei giornalisti e i giornalisti hanno bisogno dei politici e che questa reciproca necessità conduce entrambi gli attori a preferire il negoziato al conflitto.
Un “modello della competizione”, che descrive una situazione diversa, nella quale il sistema dei media tende a competere con quello della politica, per ricavarne dei vantaggi.
Un “modello del mercato”,  di stampo prevalentemente anglosassone, il quale vede il giornalismo come industria economica, dove a condizionare il comportamento dei media nei confronti del potere politico non è il grado di collusione, ma il semplice bisogno di fare utile, di vendere copie, di garantirsi gli ascolti e conseguentemente aggiudicarsi gli introiti pubblicitari.
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Il laboratorio Italia
Per Roberto Seghetti, giornalista ed autore di numerosi saggi sull’argomento, il ruolo dell’informazione oggi è al centro di un interesse fortissimo proprio perché pre-condizione del potere politico ed economico.
Dal punto di vista nazionale, l’Italia è uno straordinario laboratorio. L’azionariato dei principali organi di informazione è controllato quasi esclusivamente da banche, assicurazioni, industrie, imprenditori con interessi diversi. La raccolta pubblicitaria è inoltre concentrata in poche mani. Il fatto stesso che il contenuto dell’informazione possa essere influenzato dagli altri interessi diventa un fattore di inquinamento per la vita sociale, civile, politica. In poche parole, un rischio per le forme della democrazia.
Come intervenire? Una possibilità è quella di seguire la stessa strada indicata dalla legge bancaria: ci sono soglie massime di pacchetti azionari che un’industria può detenere di una banca e soglie massime per l’insieme delle partecipazioni industriali in una banca. Inoltre sono previste complesse procedure di autorizzazione da parte delle autorità vigilanti. Non si vede, dunque, perché non possa esserci una norma analoga anche per i mezzi di informazione.

Libertà di stampa e liberalismo
Questa breve riflessione su informazione e democrazia non sarebbe completa senza un accenno all’ultimo rapporto sulla libertà di stampa di Reporter Senza Frontiere, che vede l’Italia al posto numero 49.
Non sarà un caso, sottolinea Vittorio Pasteris, giornalista de Il Fatto Quotidiano, che i paesi dove maggiore è la libertà di stampa hanno minori tassi di corruzione e maggiore tranquillità economica. Tra i primi in classifica troviamo infatti Olanda, Norvegia, Svezia, Belgio, Finlandia, Danimarca.
Quando si cerca di analizzare il perché di questa grave situazione, partono gli scarichi di responsabilità. Per i giornalisti è colpa degli editori e dei politici. Per gli editori è colpa del sistema politico e delle difficoltà economiche.
Gli operatori dell’informazione non sono solo i singoli nella loro individualità, ma anche le organizzazioni nelle quali operano (la testata, la rete televisiva) e i riferimenti di queste (l’emittenza pubblica, la parte politica, la fede religiosa).
Chi fa questo lavoro, conclude Pasteris, sa che non è facile oggi che un quotidiano o un settimanale possa liberarsi di tutti i condizionamenti economici e politici che si profilano in una qualsiasi azienda giornalistica.
Resta quindi il dubbio: che questo sistema degeneri facilmente in un’oligarchia di potere.
Con il pericolo più che fondato, chiosa Seghetti, di passare da una democrazia elettronica ad un feudalesimo dell’informazione nelle mani di pochi.

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