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“Rischi e opportunità del Web 3.0 e delle tecnologie che lo compongono”. Un manuale di adattamento al futuro che ci attende. Dieci domande all’autore
“Siamo condannati a sapere tutto. L’urgenza è la condivisione, condivisione anche del bene lavoro, del tempo libero” (Abbé Pierre)
La strada statale 163 amalfitana è una lunga sequenza di curve, che ad ogni piega della moto regala fotogrammi mozzafiato.
Giusto il tempo di ingoiare un’emozione che il respiro successivo porta nel naso odori di macchia mediterranea. Mentre un altro pezzo di mare allaga lo sguardo.
Impossibile staccare le mani dal manubrio, ma tutto quel ben di Dio mi ha fatto venire voglia di musica.
Con una leggera pressione del tasto dell’auricolare chiedo a Siri di farmi ascoltare un pezzo di Antonio Forcione, grande chitarrista acustico.
Ripenso al libro appena finito, “Rischi e opportunità del Web 3.0 e delle tecnologie che lo compongono” edito da Dario Flacconio e scritto da Rudy Bandiera, giornalista, specialista Web e social media e cofondatore, con Riccardo Scandellari, di NetPropaganda.
Guido e mi tornano in mente frammenti di pagine, che sembrano uscite dalla penna di uno scrittore di cyber stories.
Sarà stata la voce sintetizzata dell’assistente vocale del mio iPhone, rozzo esempio di intelligenza artificiale, in grado (quasi) sempre di capire le mie richieste, ma ancora incapace di interpretarle. E di prevederle, magari.
Ma questo non è un libro di fantascienza, piuttosto un manuale di adattamento ad un “futuro liquido e dinamico” che ci attende.
Una guida per superare il senso di inadeguatezza e di ignoranza di fronte alle macchine, al Web e alla tecnologia. Pagine arricchite da una prefazione di Claudio Gagliardini e contributi di Alex Agostini, Andrea Albanese, Ciro “Kiro” Barbato, Maurizio Galluzzo, Enrico Giammarco, Fabio Lalli, Davide Licordari, Cinzia di Martino, Salvatore Russo, Riccardo Scandellari, Giorgio Soffiato ed Emanuela Zaccone.
Per sapere in che direzione sta andando il mondo. E, come in Matrix, non avere paura di scegliere la pillola rossa. La porta per la verità. Niente di più.
Le rivoluzioni epocali hanno una cosa in comune: quelli che le vivono non se ne rendono conto
Quello che è nuovo oggi sarà vecchio domani. Il cambiamento è logaritmico, cioè evolve in maniera esponenziale.
Bandiera parte da esempi di archeologia della Rete come FriendFeed, Arpanet (l’embrione militare di Internet), Encarta o nomi sconosciuti ai nativi digitali come la mitica Treccani.
Poi prosegue con l’analisi delle cinque aziende che hanno realizzato il nostro presente e stanno costruendo il nostro futuro: Amazon, Apple, Microsoft, Facebook e Google. Un domani che non sta nel fatturato, ma nell’innovazione.
Ancora, passa in rassegna le otto tecnologie che, fuse, porteranno ad una nuova generazione di macchine, e quindi di persone. Con risvolti, anche antropologici e neuronali, imprevedibili. Parliamo di Mobile Internet (lo smartphone-navigatore-agenda-cartadicredito-fotocamera), Intelligenza Artificiale (una macchina che pensa, ma senza coscienza), Internet delle cose (il frigo che ordina la spesa), Cloud (dati archiviati su computer remoti), Robotica e Nanotecnologie (con applicazioni in medicina destinate a salvare vite), Big data (la sfera di cristallo che predirà il futuro) e i Social Network (la nostra vita, in digitale).
Un mondo dove anche oggetti di uso comune sono in grado di interagire con noi, e addirittura tra loro. Accedendo alla Rete (anche dall’etere, raggiungibile in modalità wireless da un numero sempre crescente di persone in tutto il mondo) e a tutti i dati in essa contenuti, per potere acquisire l’intelligenza necessaria a svolgere compiti complessi.
La carrellata attraversa gli anni Novanta, del Web 1.0 di Tim Berners-Lee, padre del World Wide Web. Descrive la “palestra” del Web 2.0, l’internet collaborativo, che riunisce quell’insieme di tecnologie e applicazioni che hanno portato le persone a potere interagire tra loro e con le piattaforme.
Infine giunge al Web 3.0, il Web che ancora non esiste, spiega Bandiera. Ci stiamo entrando, ed è convenzionalmente un insieme di quattro diramazioni: Web semantico, Web 3D, Realtà aumentata e Web Potenziato, costituito da una moltitudine che comunica, si muove, discute e vive.
L’internet di domani sarà insomma composto da Realtà Aumentata fusa con Web Semantico, che non solo legge i dati, ma li interpreta. Ancora, un Web 3D che sconfinerà nella realtà virtuale e legami “deboli” divenuti così importanti e vitali, da proiettarci in una società non più basata sulla competizione, ma sulla cooperazione. Linux e la stessa Wikipedia, si legge nelle pagine, sono un primitivo esempio di quello che una mente – unita, enorme e organizzata – potrà fare.
“Viviamo un salto generazionale più grande di quanto non sia successo da 5mila anni a questa parte, e il Web 3.0 sarà il punto di arrivo di tutto questo: un media che non è più una media, ma diventa la fusione di noi con il tutto”.
Noi diventeremo il media, ammonisce l’autore: il Web Potenziato siamo noi.
Il Web 2.0 è (quasi) alle nostre spalle. Ora tutto sta per cambiare. Cosa ci attende?
Ci attende un mondo del tutto interconnesso, un mondo in cui le macchine comunicano tra loro e con noi. Un mondo in cui, se i protocolli lo permetteranno, saranno generati quantità di dati nemmeno pensabili qualche anno fa.
Il Web 3.0 apre le porte a rischi e opportunità. Quali?
Urca, che domanda! Diciamo che ci sono entrambi, ma a me piace vedere le opportunità che sono enormi.
Scrivo nel mio libro, per fare un esempio su tutti, che grazie a nuovi software, alle interfacce “naturali” con cui interagire con le macchine, all’automazione, McKinsey prevede circa 80 milioni di lavoratori in più al mondo, con un impatto che va dai 5.200 miliardi a 6.700 entro il 2025, grazie ad una produttività moltiplicata.
Di contro è anche vero che necessitiamo di sempre maggiore specializzazione in ogni campo. Diciamo che nel futuro vedo un artigianato specializzato e di massa, grazie alle enormi opportunità tecnologiche di oggi.
Il futuro porterà interconnessione tra cose e persone, la creazione di una “mente collettiva”. Cosa significa?
Significa che siamo sempre stati con le stesse persone, per tutta la nostra vita, dall’inizio dei tempi. Uscendo dalla cerchia delle persone che conosciamo non abbiamo altri. O meglio non avevamo. Oggi tutto cambia, e tutti siamo in connessione con tutti.
Possiamo parlare con persone e confrontarci, e innamorarci e litigare con individui che, semplicemente, non avremmo mai conosciuto nella vita digitale precedente.
Se questo arricchisce, questo genera anche una forma mentis molto elevata, quasi appunto una mente collettiva espressa nel pensiero sui social, per esempio.
Dici di sentire “puzza di bolla” nei Social Network. Quali sono i segnali?
Sono la supervalutazione di piattaforme che non guadagnano. E non guadagnano perchè non trovano un modello di business adeguato.
L’avere portato un modello offline sull’online non aiuta: i banner non sono un modello che funziona online e, quindi, o si cambia o scoppia la bolla.
Dall’utopia delle Primavere Arabe alla distopia ucraina. L’incubo di una Rete al servizio dei “cattivi” è fondato?
Sì, come è fondato il suo contrario. Quando Fermi ha incasinato l’atomo, mica pensava che sarebbe stata confezionata una bella bomba. Ogni cosa può avere molteplici risvolti, quello che è importante è avere la consapevolezza di questo. La consapevolezza è tutto.
Con il Cloud, il concetto di possesso ha i giorni contati. In che senso?
Nel senso che il cloud è come una grande biblioteca: io non compro il libro, io lo leggo e rimane là, in biblioteca. Ecco, se posso ascoltare musica in streaming su Spotify come mai la devo avere?
Questo implica anche il fatto che non possedendo nulla, diamo tutto in mano ad altri. E si va di nuovo nei rischi.
Realtà aumentata, Big Data e Nanotecnologie. Quali sono i settori nei quali troveranno sempre maggiore applicazione?
Tutti i settori! La medicina di certo, forse prima di tutti gli altri.
Parli nel libro di Economia della Reputazione. E’ già un nuovo modello di business?
Assolutamente sì. Sistemi come Klout – dozzinali certo, ma innovativi – misurano la nostra “influence” che di fatto è dovuta alla reputazione, ed è una merce di scambio. Se sono credibile e parlo di qualcosa, la gente mi crede. Questa è una moneta che si deve stare attenti ad usare, per non perdere di credibilità, appunto.
Nella sfera di cristallo si intravedono Smart Cities in grado di autoregolamentare se stesse. Ma riuscirà la tecnologia a superare i limiti della governance istituzionale?
Non credo. Ho sempre pensato che il grosso problema in queste cose siano i protocolli. Se i sistemi parlano in lingue diverse è un casino. Forse riusciranno le aziende ad allacciare le città. Google ad esempio ha i mezzi, tecnici ed economici, per fare dialogare tutti con tutto, ma la domanda è: daremmo tutto in mano ad una azienda privata? Adesso lo stiamo già facendo, eh!
Fusione tra online e offline. E’ questa la strada verso il Web 3.0?
Sì! Ci credo moltissimo. Dobbiamo uscire dai nostri uffici e raccontare cosa facciamo a chi non lo sa, per creare un mercato maturo e consapevole.